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Il poco movimento può diventare la malattia del secolo

C'è un epidemia in questo secolo, un’epidemia silenziosa che rischia di colpire centinaia di milioni di persone, non dovuta precisamente ad una patologia, ma più che altro ad una condizione che affligge e potenzialmente affliggerà sempre più soggetti: l’inattività fisica. L’insufficienza di movimento del corpo umano è capace di impattare negativamente sulla salute e la qualità della vita di moltissime persone, generando una serie di problemi e disfunzioni che possono risultare gravi.


Possiamo considerare il corpo umano come una macchina, che se sta troppo ferma perde l'abitudine al movimento e rischia di incorrere nella cosiddetta sindrome ipocinetica. La disabitudine al movimento non influisce negativamente solo sul peso corporeo, (i dati indicano nettamente un aumento di casi di obesità e sovrappeso, anche tra i bambini) ma anche sulla salute generale perché aumenta il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari e metaboliche, ma anche sulla tenuta muscolare, sulla struttura ossea e sulle articolazioni.


Tutti gli studi confermano sempre più frequentemente che a seconda degli stadi di mancanza di attività, si possono generare patologie e condizioni quali: l’ipotrofia ed ipotono dei muscoli scheletrici, alterazioni dell’apparato locomotore, compromissione del corretto funzionamento del sistema cardio-respiratorio o del sistema metabolico. Un corretto e costante movimento è fondamentale per mantenere intatte le funzioni biologiche e metaboliche dei muscoli, delle ossa, delle articolazioni, e serve in generale per non invecchiare e 'arrugginirsi' precocemente con l’età.


Inoltre, dal punto di vista collettivo, considerato il forte invecchiamento della popolazione, la sindrome ipocinetica colpirà in forma diretta e indiretta i sistemi sanitari. Sia in termini di aumento di ricorso a cure sanitarie, sia per congedi per malattia, casi di inabilità inabilità al lavoro e morti precoci. L’aumento dell’età media, sommato all’ arrivo di tali problematiche renderà difficilmente sostenibili i sistemi sanitari pubblici, soprattutto quelli di stampo universalistico come l’Italia.


E’ necessario perciò investire oggi nella prevenzione e nell’adozione di corretti stili di vita. Ciò vale dal punto di vista pubblico, ma vale anche per ognuno di noi, per vivere meglio e per diminuire le probabilità di incorrere personalmente in patologie gravi in futuro.


Sempre più le attività lavorative sono svolte in posizione seduta e statica, con scarsi movimenti durante la giornata. Se lo stile di vita e le occupazioni sono sempre più sedentarie aumenta anche il rischio di malattie croniche tra coloro che lavorano. Per gran parte del loro tempo le persone trascorrono 1/3 della loro vita sul posto di lavoro, e ciò fa si che si possa identificare l’ambiente di lavoro come il luogo ideale nel quale individuare i comportamenti e le abitudini non salutari da modificare. Se ci fosse collaborazione tra realtà sanitarie - aziende e lavoratori sarebbe possibile applicare efficacemente strategie di prevenzione e controllo. Questa considerazione deve responsabilizzare anche il mondo delle imprese, che dovrebbero prevenire tali problematiche tra la propria forza lavoro.


Le aziende private sono in una posizione cruciale per contribuire efficacemente alla lotta contro le malattie non trasmissibili, come quelle generate da condizioni di poco movimento, e dovrebbero essere incentivate a promuovere azioni volte a migliorare la salute dei loro dipendenti e collaboratori. Negli ultimi anni c’è stato un costante aumento della presenza di dei fattori di rischio e delle malattie croniche in tutto il mondo, sia nei Paesi sviluppati ma anche in quelli in via di sviluppo. Inoltre si registra un incremento di mortalità per malattie croniche, con trend di crescita del 15% a livello globale e stima di 44 milioni di morti per il prossimo 2020. Il 50% delle morti per le c.d. “malattie non trasmissibili” ricollegate a sindrome ipocinetica avviene nel pieno degli anni produttivi, e colpisce il 25% dei soggetti al di sotto dei 60 anni. Ciò dal punto di vista sistemico rappresenta una minaccia concreta per salute e benessere (mortalità, morbilità e disabilità), tale da determinare un pericolo per la competitività delle imprese e quindi per lo sviluppo e crescita sociale ed economica.


Senza dover per forza condannare le nuove tecnologie che per molti aspetti, quando sono usate correttamente, possono migliorare l’apprendimento e lo sviluppo (anche) dei più giovani è vero anche che l’uso eccessivo di videogiochi, telefonini, computer sta causando un aumento della sedentarietà, tra tutte le fasce d’età con diminuzione del movimento e della funzionalità muscolo-articolare. Purtroppo, la mancanza di coordinazione, deficit nelle abilità motorie, rigidità della muscolatura, stanno diventando sempre più un fattore “normale” ma inaccettabile.


Un recente studio dell’OMS che ha coinvolto 1,6 milioni di adolescenti di tutto il mondo. Ha fatto emergere che oltre 4 ragazzi su 5 di età compresa tra gli 11 e i 17 anni non fanno abbastanza attività fisica. Secondo le linee guida dell’OMS si raccomanderebbero per i giovani di questa fascia di età, almeno 60 minuti al giorno di attività, da moderata a intensa.

In particolare, rispetto ai paesi coinvolti, i giovani italiani si classificano terzultimi (al 23^ posto) tra 25 paesi ricchi (paesi dell’Europa Occidentale, Australia, Nuova Zelanda, Israele, Canada, USA). I maschi sono addirittura penultimi (l’85,9% di loro è inattivo), mentre le femmine terzultime (il 91,5% di loro è inattivo).


La soluzione a tutto questo? Non essere pigro! Scegli di vivere meglio, di muoverti, di godere del beneficio fisico mentale e sociale che l’attività fisica e lo sport sono in grado di generare.


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